CRONACHE AMERICANE: Rainbow Gathering

La mia immersione totale nella cultura americana, in tutte le sue sfaccettature, questa volta mi ha portata in uno dei più importanti avvenimenti frikkettoni del mondo, il Rainbow Gathering, che dal 1972 avviene ogni anno in un grande parco nazionale.

La Rainbow Family, la quale dal ’68 predica la pace, la fratellanza, il rispetto, la diversità e l’unione rispettosa con la natura rifiutando il denaro, il commercio ed il consumismo, rappresenta uno dei principali nemici del governo americano la cui politica si fonda, da sempre, sui principi diametralmente opposti.

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La presenza delle forze di polizia, stranamente sempre garbate, sorridenti ed educate, era comunque opprimente ed ogni giorno dal “Police Camp”, situato in cima alla collina, scendevano al raduno a fare foto e ad arrestare gente. Il primo arresto a cui ho assistito era rivolto a cinque nudiste, nonostante il numero di uomini nudi (principalmente vecchi e grassi) fosse maggiore i pulotti, guarda caso, hanno scelto un campione composto di sole donne per oltraggio al pubblico pudore, anche se di gente “normale” che potesse ritenersi offesa da questo comportamento, in mezzo a quei folti e selvaggi boschi, non c’era manco l’ombra.

Il popolo dell’Arcobaleno è composto da gente di tutte le età con in testa gli anziani e convinti ex-sessantottini che a volte sfiorano l’ottantina d’anni fino ai giovanissimi bambini nati e cresciuti selvaggiamente nelle foreste, sì perché i componenti più convinti vivono ai margini della società, come fuggitivi, nascosti nei boschi con le loro famiglie, senza dare un’istruzione ai figli, che spesso non vengono neanche registrati alla nascita, e vivono grazie alle donazioni dei componenti della family che invece vivono ben piazzati all’interno della società da cui traggono proficui guadagni. La gioventù comprende tantissimi stili diversi, dal tipico frikkettone stile anni ’70 al punk ribelle con la cresta colorata, dall’invasato per le discipline orientali al fanatico seguace di Jesus Christ, dal motociclista dai tatuaggi incazzati al punkabbestia all’italiana, dal surfista mechato e trandy al nudista più convinto, da quello senza uno stile preciso a quello ricoperto di gadget, colori e stracci e così via…e questa volta, per la prima volta da quando sono qui, si tratta di una gioventù, nonostante tutto, prevalentemente sana e magra senza la caratteristica ed eccessiva presenza di obesi traboccanti di grasso e vergogna ad ogni angolo. Un po’ tutte le etnie erano presenti ma con una preponderante maggioranza di bianchissimi, seguiti da ispanici e mix vari, poi asiatici e nativi ed infine, per ultimi, da afroamericani, rappresentati da pochissimi individui, strano no? Forse questi ultimi dalla loro posizione nella scala sociale, molto bassa (spero di riuscire a parlarvene in un’altra mail perché la situazione dei neri in questo paese è drammatica, altro che integrazione e centinaia di anni di storia condivisa, la differenza fra bianchi e neri non solo si percepisce ma si vede, si sente e si vive! Che tristezza), sono troppo impegnati a risalire la china per voler tornare a vivere nella giungla.

Fin dal primo momento, appena scesi dall’auto parcheggiata un’ora e mezza di cammino dal campo base, tutte le persone incrociate lungo la strada ci intonavano sorridenti: “WELCOME HOME”, “WE LOVE YOU” , “LOVIN’YOU” e questa tiritera non si sarebbe mai arrestata per tutta la settimana.

Le caratteristiche principali sulle quali si fonda questo avvenimento è lo scambio, il dono ed il volontariato; numerosissime cucine tanto attrezzate quanto improvvisate tra gli alberi ed il fango cucinavano no stop colazione, pranzo, cena e dolci per tutti gli ospiti con forni costruiti con le pietre ed il fango, con l’acqua del fiume filtrata, con moderni fornelli a gas. Il momento più importante della giornata legato al cibo era il Main Circle, intorno alle 19, su di un’isoletta in mezzo al fiume dove migliaia di persone, auto provviste di scodella e cucchiaio, ogni giorno si riunivano in cerchio per mangiare insieme le vivande distribuite da ciascuna cucina. Accanto al nostro accampamento che offriva caffè, tè, limonata (il mio contributo)e tanta ganja, per nostra grandissima fortuna, si trovava Simply Wonderful, la Krishna Kitchen, che offriva buonissima cucina indiana non troppo piccante a tutte le ore, accompagnata dalle loro infinite cantilene religiose.

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L’area occupata dal Gathering era ampissima ed a causa delle piogge quotidiane e quindi al fango liquido che ricopriva ogni cosa non mi è stato possibile visitarla tutta, il fiume la divideva in due diverse zone, nella nostra parte si trovava la “piazza principale” con le informazioni e le percussioni che venivano suonate 24h su 24 (probabilmente anche per tenere lontani gli orsi, padroni di casa con serpenti e ragni velenosi e mortali e le onnipresenti poison ivy e poison oak, velenossissime pianticelle dall’aria banale ed inoffensiva), da cui partivano una serie di sentieri stretti e fangosi che si immergevano nella fitta foresta lungo i quali come funghetti erano poste le tende ed i diversi campi: Yoga Camp, Music Camp, Medic Camp, Maditation Camp ecc… Nell’altra sponda era collocato il pittoresco Trade Circle, altra importantissima fetta del raduno, che consisteva in un mercato, avvolto come sempre dalla verdeggiante selva e dal fastidiosissimo pantano, dove non si accettavano soldi e gli acquisti avvenivano solo tramite baratti. Ogni tipo di mercanzie era esposto su variopinti teli da variopinte persone di tutte le età e stili, per esempio la cioccolata poteva trovarsi con cristalli e libri, magliette con gioielli e un paio di ciabatte, lettura di tarocchi e stoffe, piano astrale e giornaletti e così via. Per arrivarci veniva percorsa una strada un po’ più larga degli usuali sentierini che nascevano lungo i suoi margini, e questa era quasi un fiume di fango molto più facilmente percorribile a piedi scalzi che con le scarpe che rimanevano affondate come nelle sabbie mobili. Qui oltre alle cucine e ai campi c’era anche la zone giochi per i bambini, numerossissimi, con tanto di castello gigante costruito con i rami degli alberi.

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I servizi, come potete immaginare, erano open air con tanto di fosse comuni dove fare pupù e, grazie al cielo, ogni tanto il sole splendeva trionfalmente (non abbastanza per asciugare tra una pioggia e l’altra l’inarrestabile poltiglia) permettendoci di trascorrere rilassanti ore on the beach o dentro il fiume a lavarci e rinfrescarci. La vita intorno al fiume mi ha ricordato terribilmente le città fluviali dell’India, un coloratissimo alveare pulsante di vita, dove ognuno è impegnato in una diversa attività più o meno spirituale, come meditare, pregare, cantare e suonare, o prettamente materiale, come lavarsi, prendere il sole, lavare indumenti e stoviglie (senza sapone naturalmente!) e soprattutto conoscersi l’un l’altro. L’apertura totale verso gli altri era una piacevole caratteristica anche se ogni tanto pareva un po’ forzata e la concezione di rispetto per gli altri era un po’ eccessiva: no alcool (vabbè, io lo posso capire), no riproduttori elettrici di musica e altre tecnologie e peggiore di tutte, per me, no foto! Naturalmente ne ho fatte comunque un sacco, chiedendo il permesso ogni volta però, ciò a fatto sì che praticamente tutti i miei soggetti son in posa e che quindi non son per niente soddisfatta. Per poter fotografare il mercato, fittissimo di gente, mi son ingegnata e mi son preparata un cartello con scritto “Can I take your Photograph?” e diverse persone mi hanno ringraziata per questo gesto di “grande rispetto” ed io sorridendo dentro di me li odiavo per questo…mi hanno privata del mio più grande divertimento in uno dei posti con il maggior numero di soggetti interessanti che ho visto qui, erano tutti interessanti e lo sarebbero stati ancor di più mentre erano intenti a fare le loro cose senza sapere di venir fotografati…

La sera, quando non pioveva, diverse attività si svolgevano sulle piatte e larghe rocce poste sugli argini del fiume davanti all’ingresso della “piazza principale”, teatro, danza e soprattutto spettacoli di fuoco, che incantavano ed ipnotizzavano i nostri occhi ed i nostri cervelletti fritti e stonati.

Il 4 luglio al Rainbow Gathering è stato completamente differente che nel resto degli Stati Uniti, è cominciato con un silenzio per la pace lungo dal risveglio a mezzogiorno, per me non è durato molto visto che mi son svegliata proprio in tempo per assistere alla fine che avveniva sul fiume con un cerchio, grande 8 volte il Main Circle, di persone che si tenevano per mano recitando un lunghissimo OHM. Dopodiché sono iniziati i festeggiamenti e son state aperte le danze accompagnate da percussioni, flauti, violini, didjeridoo, chitarre e chi più ne ha più ne metta. Gente nuda, mezza nuda, pitturata, colorata, impiumata, travestita, avvolta nella bandiera americana ballava fuori e dentro il fiume mangiando anguria offerta a tutti gli angoli e fumando erba. E’ stato divertente notare come anche qui la bandiera americana venisse osannata, nonostante nel resto del mondo questo stesso tipo di persone preferisca bruciarla, perché alla fine è diventata il simbolo di tutto ciò contro cui lottano, ma anche perché l’uso che ne viene fatto in questo paese è di tipo strumentale e propagandistico di certi ideali falsi che in realtà nascondono l’interesse economico “uber alles” e penso che solo nei paesi oppressi dalle dittature se ne vedano altrettante…

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Altra curiosità, che per noi europei penso sia inconcepibile, era la presenza massiccia del popolo di Jesus, esteticamente frikkettoni in tutti i sensi, probabilmente anche per alcuni ideali e per stile di vita, ma in realtà fanatici religiosi, come solo qui se ne possono vedere, la cui missione è la conversione del maggior numero possibile di agnellini smarriti. Nei loro Camps troneggiano cartelli invocanti la pietà e la compassione del nostro signore Jesus Christ o chiedendo ai passanti se vogliano la vita eterna, perché possono trovarla solo nella fede perché “In God THEY Trust” e perché “Dog…oopsss sorry….God Bless America” e gli altri paesi no? Fortunatamente son questi stessi cristiani a chiederselo!

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