CRONACHE AMERICANE: Le grandi metropoli e la west coast (Seattle, Chicago, New York)

Finalmente in giugno ho visto e toccato l’oceano Pacifico per la prima volta in vita mia. E’ successo a Bellingham nello stato di Washington, località marittima vicino al confine col Canada, ed è stata una gran delusione perché in realtà si trattava di una baia dall’acqua inquinatissima e quasi stagnante, senza spiagge, e, oltre al porto industriale, giusto un parchetto e una lunga colata di cemento si affacciavano sull’acqua. Il paese, che mi era stato presentato come graziosissimo, era formato dalle solite 2 o 3 grandi strade parallele stracolme di negozi che incrociavano le solite stradelle perpendicolari strapiene solo delle solite casette di legno uguali in ogni dove.

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Siamo andati lì per assistere alla festa, del fratello di Bobby, di matrimonio ed adozione del figlio di un altro fratello morto alcuni anni fa. Questi non vivevano a Bellingham, dove abbiamo fatto solo una gita, ma in montagna nelle “Cascade Mountains” che, pur essendo molto belle, mi son sembrate incredibilmente basse, tipo i colli bolognesi, e come l’ho fatto notare, molto gentilmente, pensando non fosse grave che gli americani avessero qualcosa di più piccolo di noi, ho offeso il nostro ospite che ha seguitato ad ignorarmi e trattarmi con sufficienza per tutto il resto della settimana. Anche il clima non era dei più ospitali visto che faceva freddo e pioveva tutti i giorni, anche quando c’era il sole pioveva contemporaneamente, infatti da quelle parti “june” lo chiamano, non a caso, “junuary”.

Ho vissuto una settimana esiliata in queste montagne ricoperte dalla foresta pluviale, ostili ma affascinanti, praticamente senza niente da fumare ed in compagnia delle sole famiglie degli sposi, unica estranea in quest’atmosfera così privata e speciale. Per fortuna buona parte dei componenti di entrambe le famiglie erano molto aperti e gioviali (e non pochi fumatori di weed). Quella dello sposo è un po’ la tipica famiglia americana, al 95% di origine tedesca (perché ho scoperto solo qui, da fonti molto attendibili, che il popolo più massicciamente immigrato negli Stati Uniti è, incredibile ma vero, quello tedesco seguito in ordine da inglesi, irlandesi, africani ed italiani), cattolicissimi (con loro, per la prima volta in vita mia, ho dovuto partecipare alla preghiera prima di mangiare), con 7 figli naturali ed uno adottato (quello che è morto, lasciando 3 figli ed una moglie squilibrata che si è risposata con un maniaco pedofilo che abusava dei bambini, allora piccolissimi, che da 2 anni le sono stati tolti e son stati distribuiti a tre famiglie diverse per evitare che si ricordino a vicenda i traumi subiti), ma nonostante tutto estremamente aperti di mente, tolleranti e buoni. La famiglia della sposa invece era composta da un fratello naturale e dalla madre panamense, risposata con un polacco-americano che aveva già tre figli con un’altra panamense e che quindi son i suoi fratelli acquisiti, tra i quali due sorelle di una bellezza sconvolgente e molto simpatiche.

L’aereo per tornare a casa partiva da Seattle, così l’ultimo giorno io e la happy family lo abbiamo trascorso a visitare la città dei Nirvana e di Jimi Hendrix. Prima vera grande città americana che ho visto, situata su di una collina che si affaccia sull’oceano, chiuso da una baia di montagne, con i grattacieli che formano un muro ed il lungo mare che sembra un largo corridoio, è spettacolare. Popolatissima, per la stragrande maggioranza da asiatici, e piena di mercati e mercatini brulicanti di turisti, persone affaccendate e barboni. Ovunque si trovano porcellini, dipinti ogni volta da un diverso artista, che fanno compagnia alle altre numerose opere d’arte moderna più o meno belle e comprensibili. Purtroppo non sono riuscita a vedere molto altro.

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A Chicago invece ho trascorso solo tre giorni, ma forse i più divertenti in assoluto. Sono andata con un’amica di Cleveland da una sua amica 19enne, bike messenger (tipo pony express ma solo tra i grattacieli di downtown). Il primo giorno, appena arrivate, ci ha trascinate al Pitchfork Festival dove lavorava un suo amico, ci ha dato un Pass V.I.P. e ci ha fatte entrare, cibo e birra gratis, tanti concerti Hip Hop, tra i quali Kool Kidz e soprattutto De La Soul, ma non solo. Dopo i concerti siamo andati a casa del ragazzo che ci lavorava, quest’ultimo vive in un palazzo industriale dove fa lavoretti di carpenteria ed insieme ad un altro gruppo di giovani gestisce i locali all’interno e per questo motivo l’accesso al tetto era libero, mentre di solito per motivi di sicurezza viene tenuto chiuso con tanto di allarme. Salire sul tetto di un palazzone americano è stato come entrare in un film d’azione, era proprio uno di quelli in cui i protagonisti si inseguono sparandosi, proteggendosi dietro le varie uscite per il vapore a forma di uncino o fungo, con la casetta degli ingranaggi dell’ascensore nella quale nascondersi e dal quale saltano eroicamente fino al tetto del palazzo accanto. Mi sono immedesimata in questo ruolo, armata però della mia amata macchina fotografica con tanto di cavalletto gentilmente offertomi dal padrone di casa, che mi ha fatta sentire più uno di quei cecchini professionisti alla JFK. ..Il panorama che si apriva davanti a noi era a dir poco impressionante, tutti i grattacieli di Chicago posavano per noi vestiti di mille luci che rendevano il cielo di fuoco, rettangoli luccicanti di paillettes, immobili e quasi psichedelici nella loro geometria perfetta fusa in un gioco di luci, tra tutte queste sagome una nera spiccava per altezza, il Sears skyscraper, il grattacielo più alto degli U.S.A. e secondo più alto del mondo. Quando si vede una città americana di notte si capisce come facciano gli Stati Uniti a consumare più del 60% dell’energia mondiale, soprattutto se a questo si aggiunge la mania per l’aria condizionata che nel sud viene tenuta accesa in ogni edificio, casa, negozio, ristorante 24h al giorno 365 giorni l’anno, mentre nel nord solo nei mesi estivi, sempre al massimo. Non capisco come facciano ‘sti americani a non essere tutti ammalati, io ho il raffreddore ininterrotto da quando ho messo piede in questa terra!

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La città si affaccia sul lago più grande degli U.S.A., il lago Michigan, così grande che visto dall’aereo (ho fatto scalo a Chicago all’andata) sembra il mare, anche visto da di fronte, seduti sulla spiaggia, sembra il mare. La cosa che colpisce di più è la ricchezza strasbordante in tutto il centro della città, particolarmente pulito, lussuoso, enorme, imponente e perfetto, di una perfezione maniacale e malsana, ma non si può dire che Chicago sia brutta, anzi, ci sono tantissime architetture interessanti e ci si può perdere nei riflessi dei palazzi nei palazzi, del cielo che si specchia nei grattacieli e nelle mille luci riflesse dagli edifici a specchio sulla strada che ti fanno sentire dentro un acquario. Chicago è inoltre la città simbolo degli Hipsters, gli hippies-yuppies o, come li chiamiamo noi, gli aristofreak, i fighetti travestiti da alternativi, in questo caso molto fashion anni ’70, che popolano le lussuose strade piene di negozi alla moda e i baretti e falafel house dei quartieri sudamericani. Io sono stata sempre in balotta coi giovani bike-messengers, agli antipodi degli hipsters, che mi hanno scarrozzata in giro per la città con le loro bici super professionali e, anche in questo caso, mi sono sentita dentro un film sui giovani alternativi americani, alla Kidz ma senza tutta quella droga. Sono stata anche ad una loro festa a casa di due che abitano in una di quelle classiche casette di legno americane da ghetto però, col cortile d’asfalto e solo una rete di metallo che li separa dagli altri cortili dove altri giovani, in questo caso sudamericani ascoltano hip hop e giocano a basket. Alla festa c’erano quasi solo ragazzi di tutte le etnie, coperti di tatuaggi, ognuno con la sua fantastica bici, quasi tutti interessati a me, alcuni dei quali molto carini, molti sui 21 anni o qualcuno più….c’era tantissima birra e niente erba, tutti fumatori ma nessuno munito! Io dopo aver bevuto un casino di birra, senza aver cenato e chiesto a chiunque una canna, quando infine l’ho trovata era troppo tardi e son stata malissimo…come quando avevo 21 anni, non mi capitava da una vita…e, anche se questo episodio mi ha fatto schifo, in generale mi son sentita GIOVANE come da tanto non mi succedeva! L’ultimo giorno il ragazzo che ci ha fatto entrare al concerto, aitante 21enne, mi ha fatto una corte spudorata e la mia ultima sera a Chicago, prima di partire con un bus notturno, l’ho passata con lui e gli altri del gruppo sulla spiaggia, con i ragazzi che cantavano rap freestyle fumando erba che, dopo 2 giorni di penuria, mi è stata infine regalata per poter affrontare meglio il viaggio.

Dopo un breve passaggio dalla “antica” e marittima Philadelphia, preceduto da quattro giorni al mare, è stata la volta della regina delle metropoli americane, la grande mela, come amavano chiamarla i jazzisti degli anni ’20, New York.

Quando ci si immerge nell’immensità di questa città è difficile pensare che tutto quello che si vede è stato costruito in poco più di 100 anni e che l’alveare impazzito che la abita, milioni e milioni di abitanti, siano arrivati in così poco tempo. Manhattan è un reticolo precisissimo di avenues che la attraversano per lungo e streets perpendicolari che la tagliano a fettine per il largo ed è veramente impossibile perdersi, aiutati anche dalla poca fantasia che è stata utilizzata per trovare i nomi alle strade: 1°, 2°, 3° e così via. Manhattan è l’isola del potere e dell’ostentazione del potere, tutto ciò che si trova tra downtown e Central Park è incredibilmente grande e lussuoso, ci si sente formichine schiacciate dall’imperialismo americano quando si passeggia in mezzo ai quei palazzi giganti che gareggiano in altezza e magnificenza oltre che per il profitto dell’azienda che l’ha eretto. L’economia e il destino del mondo vengono principalmente decisi dietro quelle sontuose mura e l’architettura sembra studiata apposta per dimostrarlo, i grattacieli si susseguono ordinati, lanciati verso l’alto come missili ma con la solennità di templi, una corsa verso il cielo dove la potenza è proporzionale all’altezza raggiunta. Quando si alza lo sguardo ci si accorge che solo alcune fette di cielo sono state risparmiate dal gioco di prospettive degli edifici che sembrano congiungersi in aria in un abbraccio conciliatore a discapito degli uomini.

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La zona più incredibile in assoluto è tra Broadway e Times Square, una vera e propria Babylon dove è sempre giorno, l’impero della pubblicità, tutto è pubblicità, gli stessi edifici, quelli che non sono i famosi tetri di musical, sono stati eretti per farsi pubblicità, come il palazzo di vetro M&M’s sul quale si arrampica un’m&m’s enorme e che è sormontato da uno schermo gigante sul quale si susseguono immagini ipnotiche create con gli stessi confettini di coloranti. Ogni cartellone pubblicitario ricopre una buona parte di grattacielo, che scompare come un albero ricoperto dall’edera, ed è illuminato come un’astronave. I numeri di Wall Street si rincorrono frenetici, posti tra la torre della cioccolata Hershey’s e il cartellone dello spettacolo “Color Purple”. Questo posto è lo scintillante simbolo dell’impero del male, del lavaggio dei cervelli, che infatti passeggiano divertiti comprando tutto ciò che incontrano come balene bulimiche, abbagliati dalle mille luci come le gazze ladre dall’oro ed oltre alla bocca aprono il portafoglio ingurgitati da questa macchina succhia soldi che in cambio gli dà solo beni materiali, futili motivi per vivere e tanto grasso da accumulare.

Ma New York, non è solo il business isterico di Manhattan, è anche la sola città americana dove si può quasi percorrere una strada senza incappare solo negozi in franchising e catene, in alcune parti di Brooklyn e nell’East Village è un piacere vedere tipici negozietti, ristorantini e baretti a gestione familiare o comunque privata e ciò, purtroppo, è più unico che raro nella madrepatria delle multinazionali. Questi due quartieri, inoltre, sono delle vere e proprie gallerie d’arte, quasi interamente ricoperti di graffiti, stickers e di tutte le altre forme di street art possibili e immaginabili. Gli abitanti di queste zone sono giovani, belli, di tutte le etnie e mix possibili, alla moda (che qui è molto vintage anni ’70), colorati e spesso affermati. Appena si gira l’angolo però tutto può cambiare improvvisamente e ci si può trovare in un simil ghetto abitato da gang, magari anche solo percorrendo per il lungo una delle grandi avenue di Brooklyn, si passa dal lusso allo sfascio, qui ancora contenuto, dai parchetti dove ti puoi comodamente fumare una canna circondato da ragazzi e famiglie alle zone infestate dai poliziotti, dagli spacciatori e dai brutti ceffi. Ovunque, sia nel lusso sfrenato e babilonico di Manhattan che nello sfascio estremo e pericoloso del Bronx, i senzatetto affollano le strade con i loro corpi abbandonati all’asfalto e all’alcool. E questi barboni non sono tutti neri, come nella altre parti degli U.S.A. che ho visitato, sono stranamente anche bianchi come a voler sottolineare la differenza di New York, così tipicamente americana ma al tempo stesso la più europea ed inoltre riassunto dell’umanità intera, tutta rappresentata da un popoloso campione della sua gente.

Harlem, situato a nord di Manhattan, è tutt’ora un ghetto di neri, poveri e arrabbiati. Fare fotografie si è dimostrata subito un’impresa difficile, molti si nascondevano, altri mi chiedevano irruenti perché le facessi, se per caso fossi della polizia. Lungo la 125° avenue, spina dorsale del quartiere, un mercatino ininterrotto affolla i bordi dei marciapiedi; i barboni vendono cianfrusaglie appoggiate direttamente sull’asfalto, baracchine di oli profumati, libri, cd e dvd piratati, fotografie della storia dl popolo afroamericano si susseguono ripetitivamente alternati dai carretti del gelato delle sudamericane. Con dei venditori di fotografie della storia dei neri ho avuto dei problemi di razzismo all’incontrario, hanno sfogato su di me la loro rabbia giustificata verso i bianchi anche se io ovviamente non c’entravo niente. Ho chiesto gentilmente il permesso di fotografarli, subito uno si è indispettito dicendo che le foto non eran da fare ma da comprare, così ho proposto un’offerta in cambio della foto che gli avrei fatto e lui è diventato ancora più aggressivo pretendendo i soldi, quando glieli stavo già dando, in modo molto prepotente, al ché gli ho fatto notare che li stavo prendendo e che non mi piaceva il modo in cui si stava rivolgendo a me, che non doveva essere un’ obbligo ma un piacere e lui ha cominciato a urlare come un pazzo che ero una “fuckin’ white racist girl” “Hey brothers and sisters this is a white racist girl” e a quel punto non sentiva più ragione e seguitava a urlare e tutti gli altri accanto a lui hanno cominciato a urlare ancora più forte ed io son dovuta scappare via, piena di vergogna e con le lacrime agli occhi per il senso di colpa che provo in quanto bianca nei confronti dei neri, ma sapendo che quello che succedeva era comunque ingiusto perché era solo uno sfogo ed io soltanto un capro espiatorio.

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A proposito di razze ed etnie New York, non solo è una delle città più multietniche del mondo, ma è anche quella in cui ho visto il più grande assortimento di coppie miste: bianchi-cinesi, bianchi-neri, neri-nativi americani, neri-cinesi, bianchi-nativi, portoricani-cinesi, giapponesi-indios etc… Passeggiando per Central Park è divertentissimo perdersi nelle facce della gente, negli incroci impossibili, studiare il risultato di questi nei volti dei bambini che magari hanno la pelle nera, gli occhi a mandorla e le iridi azzurre o la pelle bianca con i tratti da neri e i capelli biondi o sembrano cinesini ma hanno occhi e capelli chiari, magari anche mossi. Central Park sembra uno zoo dove al posto degli animali ci sono le diverse tipologie umane: le ragazze in bikini che si mettono in mostra, le coppiette in carrozza, gli sportivi agguerriti, i negroni stilosi con le loro byoncé, i turisti armati di macchine fotografiche, le famiglie assortite, i branchi di adolescenti alla avril lavigne, gli obesi che tracannano i loro litri di coca cola quotidiani, i giocatori di beach volley su di una simil spiaggia, i gondolieri che cantano in italiano, i pattinatori che inscenano veri e propri spettacoli di danza ognuno con una musica diversa nel proprio walkman, i giovani conducenti di rischow proprio come in india, ciclisti imbragati nelle loro tutine attillate,i ragazzi neri del ghetto che cantano ed ironizzano sulla loro sorte con uno spettacolo corale e così via all’infinito….

New York ha un suo fascino tutto particolare che risiede nel caos che l’avvolge, nell’arte e nella musica che ci ha regalato, nel disordine e nell’assurdità (come i caminetti che escono dall’asfalto delle strade e che vomitano ininterrottamente litri di vapore dal cuore della terra, perché questa è l’unica città al mondo ad essere altrettanto grande sottoterra che sopra, immaginate il casino che deve essere laggiù) al contrario di Chicago che, alla fine, è bella perché altera ed elegante. Se Chicago è una signora snob, New York è un puttana simpatica.

L’America non fa per me ma dopo tre mesi qui devo ammettere che un suo charme ce l’ha. Gli americani in generale sono completamente pazzi e autodistruttivi, viziati e megalomani, fanatici religiosi fino alla totale follia e completamente privi di spiritualità allo stesso tempo, ingordi e pigri, ignoranti e arroganti, razzisti e intolleranti ma non solo…ci sono anche tante persone aperte di mente e di spirito, curiose e socievoli, preoccupate e arrabbiate, amorevoli e interessanti, gioiose e combattive, divertenti e creative, evolute ed intelligenti.

Vivono in un mondo prefabbricato che si ripete ovunque tutto uguale, per avere il massimo lusso al minimo prezzo, tranne il centro delle città, che è comunque sempre nello stesso stile, ma che riesce a distinguersi per qualcosa ed è sempre impressionante. La natura è meravigliosa, tanta e rigogliosa, ancora pericolosa e misteriosa, variegata e sontuosa, i cieli sono immensi a 360° le nuvole a volte sembrano arrivare a toccarti la testa per quanto sono basse, sono così compatte da sembrare fumetti e la prospettiva che ne si ha è completamente diversa da quella europea, il cielo è 10 volte più grande che da noi, è bellissimo.

Dei nativi americani non è rimasto quasi più niente tranne che le riserve per turisti, i totem davanti ai tabaccai o bar e qualche scultura che li ritrae sottomessi dagli inglesi trionfanti. Un avvenimento molto interessante è la riscossa degli indiani che sta avvenendo in questi anni, infatti, poiché l’unico privilegio che gli è stato concesso è stato quello di esentarli dalle tasse, loro che stupidi proprio non sono, si sono messi nel giro d’affari dei casinò e spillano legalmente fiumi di soldi ai bianchi coi quali ricomprano la propria terra pezzo per pezzo!

Infine concludo dicendo che Stati Uniti non sono altro che l’apoteosi della mentalità dell’uomo bianco,con varie contaminazioni ovviamente, così evoluto da aver azionato il dispositivo dell’autodistruzione in pochi decenni, devastando sé stesso ed il proprio corpo, mangiando solo roba sintetica, non muovendosi più, non riproducendosi più e facendo tabula rasa di tutto ciò che lo circonda.

Ma lo stupido uomo bianco siamo noi europei in primis che, anche se abbiamo più di 3000 anni di storia alle spalle, non solo non impariamo mai niente ed abbiamo creato il mondo in cui viviamo oggi, ma in più vogliamo anche dimenticare quel poco che sappiamo nostro malgrado per poter assomigliare sempre più ai nostri cugini americani e poterci comodamente suicidare con loro….”

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