MAYD HUBB & HOBO/MONK AMERICAN TOUR: Concerti e lavori sullo Schoolbus

Sabato sera finalmente è stato il grande debutto, o quasi. Il luogo dove ci siamo recati per fare il concerto non è un bar, non è un club, non è un locale, è l’enorme fienile di un appassionato di jazz che lo ha adibito a sala di concerti e suo museo personale di pianoforti e modernariato di ogni sorta. E’ un posto incredibile, quasi surreale, immerso in un caos totale ma ben funzionale. Da bere, da fumare e da mangiare te lo devi portare tu ma il vantaggio è che, visto che si tratta di una proprietà privata, puoi fumare dentro e bere fuori. Il padrone di casa è un vero yankee col cappello da cowboy e il whiskey tra le mani, un po’ burbero ma molto ospitale. Amante della musica senza esser musicista, collezionista di pianoforti ed organi senza saperli suonare. Le pareti sono ricoperte di dipinti che ritraggono i grandi del jazz che han suonato qui, perché alla fine questo posto inusuale è davvero speciale ed in molti accettano di venirci a suonare gratis, giusto per il piacere di condividere questa grande arte che è la musica, la sola capace di riunire ed accumunare così tante anime e di farle vibrare e gioire all’unisono.

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Il pubblico era abbastanza esiguo ma più che mai variegato, dai 16 ai 70 anni, tutti concentrati su ciò che accadeva sulla scena. All’inizio era Guillaume da solo o col suo nuovo bassista americano, Mike, ad impegnarli e loro, immancabilmente, tra ogni canzone lo gratificavano con gli applausi, nonostante l’elettro-dub fosse un genere del tutto nuovo e non molto inerente al programma musicale di quel posto. Poi è stato il turno di Hobo/Monks che era già un po’ più nel loro stile, blues-rock-psicadelico molto anni ’70 e di grande qualità, e Mayd Hubb li ha accompagnati mixandoli in live in chiave un po’ dub..ma non troppo! E’ stato uno show molto emozionante e genuino in uno scenario che ricordava l’America del passato, quella dei saloon, del blues e dei campi di cotone mischiata a quella dell’American Dream e dei fantastici anni ’50-’60-’70. La serata si è conclusa attorno al fuoco a far le chiacchiere, in mezzo ad un sterminato campo di grano americano.

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In questi giorni stiamo anche facendo i lavori sullo schoolbus, abbiamo rifatto il pavimento e le pareti, dico abbiamo ma io ho fatto ben poco tranne le pulizie, scollare le lettere sulle fiancate, un po’ di compagnia e documentare fotograficamente ogni passaggio. Tutti hanno contribuito in qualche modo, i kids si sono praticamente autoschiavizzati regalandoci ore di manodopera inesperta ma produttiva, Guillaume ha tagliato le assi di legno per il nuovo pavimento, Mike ha ridipinto le pareti interne, gli amici meccanici hanno messo mano al motore, quelli carpentieri hanno tappato i buchi della ruggine e  Adam è una settimana che non dorme. Per questa regione e siccome ha ricevuto notizie dall’Iowa, dove dovevamo andare a far due date, che il festival a cui eravamo invitati non è stato organizzato bene, ieri sera ha deciso di cancellare quella tappa rinviando la partenza di una settimana.

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La decisione è stata presa ieri notte dopo il party organizzato qui allo Studio Uno per dire “addio” agli amici. Un orda impazzita ha occupato lo studio dove si esibivano i nostri idoli. Mayd Hubb ha fatto scatenare il pubblico in danze folli, tanto che tutta la sala traballava sotto i colpi e il monitor piatto  del computer che usava dondolava pericolosamente. Con Hobo /Monk la situazione era già più tranquilla e la festa cominciava a svuotarsi, comprensibile per un martedì sera, i soli reduci, come al solito, erano quelli più ubriachi o specialità della casa, sotto psicofarmaci. Ben due persone ci hanno offerto degli antidepressivi che, naturalmente, abbiamo rifiutato. Sapevo che qui son in molti a sballarsi con queste cose ma trovo un che di deprimente nello sballo con le medicine, con l’alterego legale e socialmente accettato delle droghe pesanti, nel caso, preferisco quelle illegali e molto meno ipocrite.

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Ieri, inoltre, sono finalmente uscita da Lakewood per recarmi a Cleveland a fare qualcosa di utile, come portare il mio CV al Museum of Art, dove c’è un ampia sezione dedicata all’Oriente, o provare a far un reportage sul quartiere più povero della città, Slavic Village, simbolo della crisi americana, dove più della metà delle case sono state confiscate e chiuse con pannelli di legno. Io ero carichissima ma il mio accompagnatore, che ci ha vissuto diversi anni, era un po’ terrorizzato, anche perché due sere prima proprio lì delle bande armate avevano fermato  le automobili in corsa puntandogli la pistola contro per poi derubarle di tutto, quindi anche la nostra passeggiata alla fine è stata poco proficua visto che mi  ha sconsigliato di fotografare gli abitanti del quartiere e mi sono solo limitata a ritrarre le case. Sulla via del ritorno, nella zona industriale, abbiamo visto  migliaia di gabbiani che occupavano tutti i binari del treno e le dune retrostanti così ho voluto scendere per avvicinarmi imprudentemente a fotografarli. Non sapevo che erano tutti genitori con pulcini pronti a difenderli con gli artigli, così uno stormo di gabbiani inferocisti si è abbattuto su di me avvicinandosi pericolosamente alla mia testa e quando il mio amico è sceso per soccorrermi è stato a sua volta attaccato. Per fortuna ne siamo usciti incolumi, ma la paura è stata tanta…

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Un’altra attività che mi sta occupando parecchio è la produzione di cartoline. Alla fine ho optato per l’utilizzo di normali foto con incollato, grazie a una supercolla spray, il retro in cartoncino con la grafica della cartolina, quindi trascorro ore a tagliare ed incollare le due facciate.

Forse domani andiamo a New York, visto che abbiamo una settimana in più da trascorrere qui, ma domani è un altro giorno…si vedrà…

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