MAYD HUBB & HOBO/MONK AMERICAN TOUR: Le piccole realtà americane e la fine dell’Avventura On The Road

Willits e Arcata sono due cittadine della California a detta di tutti super-cool in verità, come in tutte le piccole realtà americane, non c’è nulla di interessante a parte i negozi e che qui la densità di popolazione completamente “rimasta” o “strafatta” è allarmante. Entrambe si trovano nel bel mezzo della “California Agricola” dove viene coltivata intensivamente la Medical Marijuana per rifornire l’intero stato e quindi calamitano tutto il meglio e il peggio della gioventù, e non solo, d’America… come gli artisti, gli alternativi, i travellers, i barboni, gli hippies, i punks, i drogati e i fulminati che vagano come zombie per le strade di queste città senz’anima né storia. Ad Arcata, che tra le due ha la reputazione di essere più ganza…vai a sapere perché…la vita si svolge prevalentemente attorno al grande Supermarket Bio, che offre Wi-Fi e Toilette gratis, e al suo parcheggio. Dopo averci trascorso 3 o 4 giorni, tra il viaggio di andata e quello di ritorno, ha cominciato a nausearmi profondamente soprattutto perché i miei compagni di viaggio la adorano e non capisco proprio la ragione. La California in generale fa un po’ da cuscinetto negli iperproibizionisti Stati Uniti, qui “si può bere sulla spiaggia” in teoria…in pratica non è vero ed infatti arrivano sempre gli sbirri a controllare e a vietare, se vai da un medico e paghi $ 90 questo ti rilascia la Card che ti dà il permesso di fumare tutta la Ganja che vuoi, la gente è meno grassa, più ricca e un po’ più stressata, almeno nelle grandi città, inoltre frequentemente qui un certo tipo persone ha pochi soldi e tanta erba, così se provi a vendere le tue mercanzie per strada stai sicuro che verrai pagato spesso con questa simpatica moneta.

A Willits, durante la nostra interminabile attesa abbiamo conosciuto gli Homeless People, un ragazzo di origine italiana e con la “cartola” da punkabbestia tipicamente napoletano e una ragazza di origine irlandese che vivono suonando gipsy music, lui con la fisarmonica e lei con il violino e una voce incredibile, molto bravi e simpatici. Li abbiamo conosciuti perché sono venuti a chiederci se potevano aprire la serata a Hobo/Monk e Mayd Hubb e noi ancora non sapevamo se gli altri fossero ancora vivi o meno e nell’attesa mi hanno pure regalato un bel pacco di ganja di cui avevo proprio bisogno. Il concerto si è svolto all’interno del locale ma, siccome faceva molto caldo, il pubblico stava tutto fuori dove si sentiva comunque anche se per i musicisti è stato un po’ deprimente suonare in un bar vuoto.

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Il giorno seguente dopo aver dormito sulla spiaggia, come sempre gelida, siamo ripartiti verso Aracata e sulla strada ci siamo fermati in un fiume di acqua calda per chill-are (dal verbo to chill, rilassarsi) , l’attività preferita della banda dello yellow schoolbus e ne abbiamo approfittato per fare le foto al gruppo Hobo/Monk.

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Arrivati a destinazione abbiamo perso l’ennesima giornata a non far nulla in una città che, come vi ho già detto, non ha niente da offrire. La sera ci siamo nuovamente spostati sull’oceano a campeggiare sulla spiaggia in un luogo dove c’erano altri camper e bus, così la serata si è svolta attorno al fuoco a suonare le percussioni insieme ad altri giovani. La destinazione successiva è stata di nuovo Eugene, in Oregon, il paese degli hippy vintage dove abbiamo ancora perso tempo finché non mi sono unita a Patrick, il ragazzo prepubere di Adam, a vendere per strada le mie cartoline e in una sola ora ho tirato su 10 $. La bulimia dell’acquisto e la generosità americana non ha eguali nel mondo, agli americani piace veramente dar via il proprio denaro e, nonostante le strade pullulano di homeless e artisti di strada, in molti si fermano anche solo per regalarti dei soldi e non due monetine come si usa da noi ma 1 o 2 $ senza voler niente in cambio, quando ce ne offrivano due io insistevo per dargli almeno una cartolina visto che ci davano l’equivalente del suo costo. Patrick vendeva le sue stampe su cartoncino o tessuto a 5 o 10 $ e a San Francisco un tipo per due gli ha voluto dare assolutamente 50 $!!!

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Nel frattempo, dopo averne parlato per tutto il viaggio, finalmente la “crew del chill” si è messa a suonare per strada ma nell’unico posto dove non passava nessuno e quindi non han tirato su niente. La notte stessa ci siamo fermati a dormire in un camping vicino Portland, la città più cool d’America a detta di tanti, ma visti i ritmi lentissimi dei nostri compagni di viaggio ci siamo arrivati che nel tardo pomeriggio e ci siamo limitati a vedere Alberta il quartiere giovane della città pieno di caffè, negozi vintage e di musica. La notte io, Guillaume, Mike e J-Word abbiamo dormito ospiti di Ocean, musicista conosciuto alla festa di Ken Babbs, in una vera casa, un lusso che ormai avevamo dimenticato. L’indomani io, il mio uomo, Mike e Bronson siamo andati a visitare Downtown dove abbiamo pure ribeccato Jim, lo skataro tutto tatuato che ci aveva lasciato prima di andare alla Meggie’s Farm poiché aveva litigato con Chuck il veterano obeso, e dopo aver girato per negozi con lui siamo andati a trovare Julia, una tipa di Lakewood che avevo conosciuto durante il mio precedente viaggio, che ora vie a Portland insieme ad altri giovani skatari proprio per via dello skate che, insieme ai tatuaggi, è la specialità della città.

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A casa sua ci aspettava un nutrito gruppo di giovanissimi tra i 18 e 21 anni con cui abbiamo bevuto e fumato fino all’ora di andare a letto, io e Gui ci siamo sistemati in un capanno in giardino con un divano e un sacco di cuscini. Purtroppo il pomeriggio seguente siamo dovuti tornare a Eugene per l’ultimo concerto all’after party di quello che sarebbe dovuto essere un grande festival e che in realtà era un flop organizzato dagli stessi hippy vintage che c’erano da Ken Babbs, ma molto meno numerosi e che volevano 15 $ per l’ingresso, unica attrazione il bus originale dei Merry Prankters. L’after party è stato ancora più penoso, tra il goano e il tamarro, tutta la banda si è drogata o con l’lsd o coi funghetti ma io e Gui, vista l’ambiance, abbiamo preferito evitare per non rischiare di farci un vero bad trip anche perché tutti alla festa erano strafatti ma in modo negativo-violento e io, senza aspettare la fine del concerto, me ne sono tornata nel bus a lavorare sulle mie foto e a pensare alla sempre più imminente partenza di cui, onestamente, iniziavo ad aver voglia.

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L’ultimo giorno l’abbiamo passato a Portland a casa degli skatari a prepararci, a svuotare il bus per cercare tutte le nostre cose sparpagliate, a selezionare le foto da lasciare agli amici, a registrare gli ultimi samples in inglese fino ad ora di cena quando abbiamo raggiunto gli altri ad un festival di musica indi, il primo che ho visto qui durare fino alle 2 di notte, di solito chiudono i battenti verso le 22 o massimo 23. Quando siamo andati a cercare qualcosa da mangiare, come al solito, i nostri amici al di sotto dei fatidici 21 anni non son potuti neanche entrare nel bar anche se volevano solo mangiare e non bere, sì perché qui il divieto è di ingresso, se non hai 21 anni negli U.s.a. non puoi fare praticamente nulla…tranne guidare l’automobile!

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Consiglio a tutti di visitare gli Stati Uniti soprattutto per demistificare la loro pessima reputazione anche se io non credo che potrei mai viverci, anzi dopo un po’ non ne posso proprio più del loro mondo così sempre tutto uguale, così controllato, così simile al set di un film. La natura è meravigliosa, imponente, selvaggia e ancora padrona di grandi spazi. La gente è super-cool, iperaccogliente, comunicativa (se incroci lo sguardo di qualcuno per strada stai sicuro che ti chiederà come va la vita), simpatica, curiosa, generosa e disponibile ma anche più ingenua, sempliciotta e ignorante del mondo al di fuori del loro grande stato che considerano comunque il migliore e dove si sentono i più liberi pur non essendolo assolutamente. Guardando questo paese con gli occhi di un europeo che vede il vecchio continente in perpetua decadenza ci si rende conto che in realtà ciò che accade a casa propria non è che una replica di ciò che qui ormai è considerato normale, come la privazione di molte libertà personali, il terrore che sfocia nel panico davanti alla legge e a chi la rappresenta, la non istruzione scolastica rivolta a creare un popolo di stolti facili da controllare, una televisione grottesca e di pessima qualità che, incredibile ma vero, riesce ad essere perfino più squallida di quella italiana e che rincoglionisca per bene, una società basata sull’iperconsumismo fine a sé stesso che qui diventa addirittura caratteristica culturale, il perbenismo puritano maniacale che arriva a vietare a tutte le bambine al di sopra dei 4 anni di “fare topless” al mare o in piscina, il fanatismo religioso come arma di distruzione di massa dei cervelli eccetera eccetera…

E’ stato comunque molto bello vivere il sogno americano on the road, attraversare gli immensi spazi dalle foreste al deserto, dalle montagne all’oceano, dalla East alla West Coast, vedere come qui sia possibile vivere una vita intera sulla strada – negli autogrill ci sono docce e lavanderie, si può campeggiare in tutte le foreste nazionali, lungo le autostrade, quasi sempre gratuite, ci sono numerose aree di soste dove si può fare camping e la benzina costa pochissimo – conoscere un infinità di persone nuove, approfondire una cultura così presente nelle nostre vite e macinare migliaia di miglia con gli occhi pieni di meraviglia…

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