CRONACHE AMERICANE: Arrivo a Claveland

Questa avventura americana è cominciata proprio bene…

Gli yankees si sono rivelati molto più simpatici e aperti del previsto, le persone che ho conosciuto fin’ora si sono dimostrate gentili, curiose, disponibili ed incredibilmente reali, al contrario del mondo circostante che non riesco ad impedirmi di percepirlo come finto, come il set di un film, infatti mi sembra di esser diventata improvvisamente la protagonista di uno dei migliaia di film con cui sono cresciuta e che mi hanno fatto tanto sognare questo paese che poi, in seguito, ho disprezzato fino all’esagerazione.

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Ebbene mi trovo ora a dover smentire alcuni preconcetti che mi ero fatta, solo alcuni però, anche perché mi rendo conto di esser entrata in un microcosmo a parte, che non è sicuramente rappresentativo del popolo americano.

Qui è tutto enorme, soffrono decisamente di manie di gigantismo, hanno automobili che sembrano autobus ma che si guidano come un motorino 50, hanno strade larghe come autostrade, confezioni di qualsiasi prodotto come quelle che in Europa compri dal grossista per un’attività commerciale, le porzioni che ti vengono offerte basterebbero per sfamare ognuna un campo di sfollati, persino un semplice bicchiere d’acqua è da mezzo litro e strapieno di ghiaccio, manco fossimo ai tropici, e la cosa più enorme di tutte sono le persone, delle montagne di grasso informi affollano le strade, straboccano dalle macchine, sbordano dalle sedie che le stringono come salami, ti servono grondanti di sudore da dietro i banconi. Ecco perché nel resto del mondo la gente muore di fame, si son mangiati tutto loro! Ed il problema è che sembrano anche andarne fieri!

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Le case sono proprio quelle graziose villette di legno, con vialetto d’ingresso, garage, prato all’inglese, veranda, canestro da basket in giardino, scala interna dalla quale, quando ero bambina, ho sognato tante volte di scendere vestita per il ballo di fine anno mentre il mio cavaliere mi aspetta con i fiori da mettermi al polso e davanti a queste case spesso sventola una bandiera, non solo quella a stelle e strisce, una qualsiasi, con un fiore, con delle farfalle, della ferrari, della svezia, dell’italia, con il trifoglio irlandese e chi più ne ha più ne metta, è una vera è propria passione viscerale quella che hanno gli yankees per le bandiere.

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Il centro della città, che qui è praticamente sempre una metropoli, è uno sconvolgente esempio di modernità e, un’altra volta, gigantismo. Alti grattaceli imponenti e spettacolari, di materiali diversi e spesso riflettenti affiancati da architetture neoclassiche e copie di stili europei del passato ancora candide e pulite si alternano in ordine quasi casuale. Più ci si allontana dal centro e più la periferia diventa residenziale e borghese, ordinata, pulita e tranquilla fino al paradosso. Le vie diventano tutte uguali, indistinguibili l’una dall’altra, sempre in una perfetta disposizione geometrica ed ortogonale. Ogni casa ha a disposizione lo stesso spazio e, anche se l’architettura cambia, sono difficilmente distinguibili nel loro ordine consecutivo maniacale e quasi militare. Colori pastello, piante e fiori decorativi, piccoli ornamenti da giardino e bandiere sono il mezzo con cui il proprietario esprime la sua personalità, spesso banale e terribilmente kitch.

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La casa in cui sto io almeno si distingue per il caos e la simpatia dei suoi abitanti vegetariani, biologici, semplici ed intelligenti, così tanto simili a me e alle mie idee da lasciarmi di stucco. Mi son sentita subito a mio agio con loro ed i loro amici, ogni giorno conosco gente nuova e finch’è non mi annebbio completamente il cervello e non riesco più a capire niente e a parlare nessuna lingua, chiacchiero con grande interesse e coinvolgimento, il mio inglese permettendo…

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